
Mons. Luigi Lauletta è nato a Castelsaraceno il 7 Settembre del 1878.
Fu Prelato Domestico di Sua Santità, nonché Arcidiacono della Basilica Metropolitana di Santa Severina.
La sua famiglia era ricca di figli: il fratello Rocco era mastro, Ciro giudice, Gabriele ebanista ed intarsiatore, Teresa casalinga; altre due sorelle, Teresa e Carolina, erano morte a causa della spagnola.
Fu Prelato Domestico di Sua Santità, nonché Arcidiacono della Basilica Metropolitana di Santa Severina.
La sua famiglia era ricca di figli: il fratello Rocco era mastro, Ciro giudice, Gabriele ebanista ed intarsiatore, Teresa casalinga; altre due sorelle, Teresa e Carolina, erano morte a causa della spagnola.
Ha studiato al Collegio Leonino in Roma. Subito dopo si è trasferito a Santa Severina, dove ha insegnato per moltissimo tempo. Durante la guerra il Seminario fu chiuso, ma lui continuò a rimanervi. Nel 1947 Gabriele e Teresina si recarono a Roma per portarlo via. Da allora è stato sempre a Castelsaraceno, assistito dalla nipote Angela, fino alla morte, giunta l’11 Dicembre 1968. Abitava nella casa alle spalle della Chiesa Madre in Via Principe di Piemonte, appartenente ora alla nipote. Anche dopo la morte di don Giuseppe, con don Mario Nuzzi, celebrava regolarmente la messa. Don Luigi passava ore ed ore davanti al Santissimo.
Esperto conoscitore del latino e del greco, era pure un fine intenditore di pittura murale: quel dipinto esterno, a decoro della casa Lauletta, l’aveva fatto lui. Ecco la descrizione che ne fa la sorella Teresa: Sacerdote secondo il cuore di Dio, tua unica aspirazione il Cielo. La cui Vita additasti con l’esempio della tua vita, che fu tutta un apostolato di fede e di umiltà. Amoroso e paterno con i giovani, elargisti loro i tesori del tuo animo buono e mite durante i quarant’anni nei quali fu tuo campo di lavoro il Seminario, indirizzandoli e guidandoli verso la luce dell’Altare. abbiamo riportato questa bellissima lettera che don Luigi scrisse appena l’ordinazione sacerdotale, per comunicare alla famiglia il lieto evento. È una testimonianaza veramente intensa e feconda e piacevole da meditare. Come egli stesso afferma, fu scritta di pugno ed in fretta. Non vi è alcuno studio, né rielaborazione, ma la semplice messa in posa di tutte le emozioni, i pensieri, anche i disagi, i mistici sfoghi che in quel momento provava. Si può notare in alto a destra la scritta “J M J”, monogramma di “Jesus Maria Jesus”, come pure con quante parole affettuose ricorda i familiari, di cui non ne omette neppure uno e bacia loro le mani. Vi si nominano i doni dell’ordinazione. E poi gli intermezzi mistici, che come quelli di un melodramma, sono ricchissimi di contenuto spirituale. Ed in ciò si può intravedere la sua teorizzazione di una “follia crucis”, tutta incentrata sull’amore, «Dio è pazzo d’amore» e lo è proprio di «quel poco di fango» che è l’uomo. Nelle sue parole si legge il suo animo buono,ma anche l’anelito di un ardente amatore di Dio, di cui scrisse Padre G. Bottiglieri nel 1959: «Egli mi fu maestro di virtù sublimi. Appresi da lui come un Sacerdote possa e debba vivere intensamente il suo sacerdozio … Mi sembrava un angelo in adorazione,» ed ancora un suo ex-alunno nel 1964: «la Vostra figura grandeggia per le non comuni doti di Uomo e di Sacerdote. Io debbo tanto alla Vostra educazione morale, spirituale e religiosa, Voi per me siete un Santo da venerare». Celebrò la sua prima messa a Castelsaraceno il 15 Agosto del 1903, giorno di San Rocco e non il 15 Luglio, come desiderava: quello – come ricorda la nipote Angela Lauletta– fu un giorno di grande festa. Vi fu un lauto pranzo, oltre che il convivio per tutti i fedeli partecipanti.
«J. M. J. Roma, 23 Giugno 1903.Venerati, dilettissimi Genitori. Dopo il telegramma, inviatovi non appena terminata l’ordinazione, vi aspettavate, certo e subito, una lunga lettera! Ne avevate tutta la ragione in una circostanza che vi faceva felici al pari di me. Era pur questo il mio desiderio, ma in quei primi giorni, dalle troppe vive emozioni, provate dall’animo mio, non mi avevo forza di scrivere proprio nulla, di più avendomi avuta una lettera da Roccuccio, nella quale mi parlava di un camice che avrei dovuto comprare, lusingandomi che mi fosse stato possibile il farlo subito e così nella vostra scrivere a lui pure, son venuto a questo momento senza vergarvi prima alcuna mia riga.Vi dirò ora alcune cose dell’ordinazione. Alle cinque di quel fortunato giorno si era già in carrozza, e, quantunque era una giornata assai bella, io sentivo un malore alla testa e alquanto alle viscera, che mi faceva temere non poco … Si sferzò i cavalli … Dopo una mezz’ora e tre quarti, si scendeva nella Piazza di San Giovanni in Laterano. Fummo i primi ad entrare di quelli, che in quel giorno si sarebbero con me ordinati.Io continuava a sentire il male al capo, che mi dava una gran pena per averlo a soffrire, proprio in quel tempo in cui più avevo bisogno di prontezza di Spirito … Alle sei e tre quarti, incirca, si cominciò ad indossare le sacre vesti. Fattolo anch’io, mi posi a leggere alcune cose adatte alla circostanza: il Signore ch’è sempre buono e che quanto più ci pare lungi da noi più ci è vicino, cominciò a farsi sentire soavemente all’animo mio … Il malore sparì, mi sentivo felice …correvo con lo spirito dove il Signore mi menava. Sia sempre benedetto il nostro amatissimo Gesù e la pietosissima Vergine, che certo quella grazia mi aveva impetrata!... Alle sette e mezzo s’incominciò l’appello degli ordinandi: rispondeva ciascuno al suo nome … sfilava … Si accostava la mia volta: il cuore batteva forte. Dopo due dei miei compagni, fui chiamato anch’io!!!... Si andò nel presbiterio: poco dopo vi entrava pure il Cardinale Vicario, che avrebbe tenuta l’ordinazione. Si cantò l’Ora Nona … ed ebbe principio la Messa Pontificale. Vennero chiamati nuovamente, ed ordinati, quelli che ascendevano agli ordini minori, e così i suddiaconi e i diaconi … Si era all’ora nostra … Si ripeté l’appello … Lo spazio del Presbiterio, che non vi dico s’è vasto abbastanza, era quasi tutto occupato dagli ordinandi. Quale vista doveva presentare tutta quella cerimonia, non ve lo saprei dire, anco perché non vi badai troppo: non avendo voglia di distrarmi: per farvene pensare alcuna cosa, mi basta accennarvi che solo coloro i quali si andava al sacerdozio, eravamo sessantanove!! Roma sola può offrire tanti grandiosi spettacoli. Io non so qual colpo d’occhio doveva presentare il momento che tutti si era prostesi per terra, mentre si cantavano le Litanie dei Santi: certo dovea essere qualcosa di imponente, di maestoso. Quel che sentii in tutto il tempo dell’ordinazione non posso esprimervelo: son momenti unici nella vita, e che non può capirli, se non chi li prova, o li ha provati: vano il sarebbe volerli manifestare ad altri. Ed in vero, come dirvi i sensi di chi si accosta all’Altare per essere ordinato Sacerdote?? Al pensiero che un povero peccatore, un poco di fango, di polvere, sarà elevato a tanta dignità; che sarebbe di peso agli stessi Angeli; al pensiero che l’anima, come inondata sarà dallo Spirito Santo; che le mani saranno unte con i Sacri Olii; e che si riceverà la Potestà di far scendere un Dio dal Cielo, di rimettere i peccati agli altri, mentre si conosce che infiniti sono i propri … L’uomo non può che prostrarsi ed adorare un mistero di sì infinita bontà, opera che solo un Dio d’Amore poteva concepire, instituire e volere!!... L’uomo innanzi ad un tanto portento non può che annichilirsi, pensando al suo nulla, e gridare dal profondo dell’Anima: «Ammirabile è il Signore: ammirabili sono i suoi ritrovati: chi può numerare le sue meraviglie??...». A l’una e mezza finivano i pontificali: durarono perciò circa sei ore, che a me parvero un momento: ero felice: vi sarei restato tutta la giornata, senza accorgermene. Al ripensarvi ora, non so rendermi ragione di tanta forza nel mio abbastanza debole corpo … Sia benedetto mille e mille volte Gesù, mille e mille volte Maria SS.ma!!... Pregai per tutti:… all’uscita di sagrestia, vedendovi i parenti di altri abbracciare i propri, il mio pensiero corse a voi tutti … fu un momento troppo sensibile per me … sentii che le lagrime mi oscurarono la vista, vi abbracciai tutti in un amplesso potentissimo dello Spirito … Ringraziando il Signore in cuor mio, fui tosto all’Ufficio Telegrafico poco discosto dalla Basilica, per essere così più presto in mezzo a voi … Si ripresero le carrozze e tornammo nel Collegio. La sera dai compagni di camerata ci si fece una festa simpaticissima: con poesie, musica, canto, e con il regalo di un quadretto per ciascuno … L’indomani … il sospirato indomani spuntò anch’esso! L’Agnello Divino Gesù, il dolcissimo Gesù, l’amato Gesù, l’adorabile Gesù, il mio Bene, il mio Tesoro, la mia Vita! Il miele soavissimo delle mie labbra, la Dolcezza, la Melode dell’anima mia, con le sue labbra fragranti, tutto vezzoso, divino, mi aspettava; mi chiamava a gran voce … Ascesi trepidante, sospirando, con gioia all’Altare … era la prima volta che dovevo immolare nelle mie mani la Vittima Sublime!... Quali palpiti!!!... Chiamai anch’io col povero accento Gesù ed Egli venne frettoloso, leggiero tra le mie calde dita … Dal suo Sangue Preziosissimo s’imporporò le mie labbra: s’assise in mezzo alla cella più viva del mio cuore!!... Quanto è buono Gesù!!... Mi carezza colle sue soavi carezze … Gli dissi tante cose per voi, per i fratelli, per Teresina, per la Cognata, pel Nonno, per gli Zii e le Zie, per tutti i parenti e gli amici; specialissime per la … benedetta Teresa e Carolina, per il Nonno, per Zio Antonio, per Zia Antonia, per la Nonna, per tutti i nostri cari, che forse più di ogni altro, aspettavano quel giorno, e che sorridenti mi guardarono dal cielo!!... Oh che Gesù buono l’abbia tutte nel suo Regno tratte!... Non so quel che dico, non so quel che scrivo! Mi partii dall’Altare con la brama di presto ritornarvi … A pranzo ci fecero sedere in posto distinto. Ci si fece nuova festa … fiori … pietanze squisite … poesie ed Auguri. I compagni tenean posto di parenti e d’amici … La sera toccò a me di fare la benedizione del Santissimo … Non vi dico più nulla al riguardo: io non ho potuto che accennare e di volo le cose, lascio a voi pensare il resto … Sono asceso già 17 volte all’Altare: ben 17 volte ho accostato il calice ineffabile alle mie labbra, e non mi pare ancor vero di essere Sacerdote; mi pare di sognare tutte le volte che ci penso; ed ogni giorno non mi par vero che ritorni a spuntare l’indomani; sì, l’aspetto impaziente l’ora di Gesù: sia sempre benedetto Gesù! Sia sempre benedetto Gesù! Dite così mille e mille volte con me. Amatelo, amatelo, assai, assai, anche voi il mio Gesù. Sempre Gesù sulle vostre labbra, sulla vostra lingua, scolpito in mezzo al cuore. O beato chi più ama Gesù! Egli tutti ci ama di un amore sconfinato: di quell’Amore che ai Santi, che sapevano comprenderlo, faceva esclamare: «Gesù è pazzo d’amore!». Amiamolo anche noi, mentre è a Lui più caro che il vedersi amato. Lui vuole il nostro amore: anco essendo peccatori, diciamogli con tutta la veemenza dell’anima nostra, spezialmente quando si è in Chiesa, alla sua presenza, dove non fa che aspettarci, chiamarci, bramarci vicini: “Gesù tu sei il mio amore!”. Diciamoglielo essendo anco fuori di Chiesa e il suo pensiero portandoci innanzi al Tabernacolo. Oh quanto ci ama Gesù!... E quanti pochi lo riamano, e lo comprendono!... Gesù, Gesù, Gesù sia con voi! Tra di voi! Dentro di voi!... Gesù faccia piovere su di voi tutte le sue benedizioni, ma soprattutto attiri i vostri cuori nella sua fornace d’Amore. Benedite, ringraziate Gesù per me assai, assai. Non finire, non vorrei finire di parlare di Gesù, ma pur non volendo devo cessare, ché altrimenti non farò a tempo d’impostarvi per oggi la presente: e voi con chissà quale impazienza l’aspettate! Altre poche parole, perciò e termino per questa volta. Ed in prima vi devo dire, innanzi che me ne dimentichi, che mi ebbi una cartolina da Ciro, con cui mi scriveva tra l’altro che le scuole facilmente sarebbero state chiuse alla fine del mese, e se il professore di filosofia lo faceva passare senza esame, l’unico che di ciò lo faceva temere, sarebbe presto costà. A voi che dice? Da quando non avete sue nuove? Io, se i superiori me lo permetteranno, la qual cosa intendo sicuramente, potrei partire subito, essendo già terminate le lezioni. Vorrei però essere costà per il 15 di Luglio, per celebrare la mia prima Messa della SS.ma Vergine del Carmelo, ciò se non fosse vostro desiderio che venissi prima, il che potrebbe essere tra il 9 e il 12 di detto mese. Vorrei restarmi due, o almeno un giorno a Pompei per avere la fortuna di celebrarvi la Santa Messa, e così a Napoli per visitarvi alcuna cosa di quella città: dovendo comprare alcun oggetto per voi ed alcun regaluccio per costà, come pure lo vorrei fare per i parenti di Napoli, in ricambio di un giorno e mezzo che stetti in casa loro al venire …: quindi scrivetemi quanto pensate in riguardo di un tal fatto. Non so se sarà buono prendere alcuna cosa per il Vescovo. Datemi su tutto degli schiarimenti, come la pensate e come mi devo regolare. Io non ho …! Brutta verità; ma è così! Parlatemi di quanto potrà essere necessario per il giorno della mia prima Messa costà, secondo il costume del paese. S’intende di quelle cose ch’io non so, per non aver mai assistito ad una di tali feste, e così pensarci e provvedervi per tempo. Non altro mi viene al pensiero al momento, se mi occorrerà alcun altra cosa, ve ne scriverò subito. Sto bene, grazie a Dio: mi auguro lo stesso di voi tutti. Abbraccio i fratelli. Do tanti baci a Teresina, cui non posso scrivere, soltanto per mancanza di tempo, e la ringrazio assai del suo bigliettino. Saluti affettuosissimi agli Zii, le Zie, al Nonno, ai parenti ed amici tutti. A voi bacio le mani e chiedo benedizione. In ultimo, domandandovi scusa, e della formale della scrittura e del carattere: l’ho buttato giù in fretta ed in furia, non pensando che mi venissero da dirvi tante cose, né m’è possibile di copiarlo. Forse ci vorrà l’interprete; pazienza, per questa volta! Fate leggere un po’ a Teresina, che ci ha buoni occhi, e poi nascondete tutto, che non lo veda nessuno: ve ne prego, di far così! In fretta vi bacio nuovamente le mani, e sono sempre il vostro affett.mo figlio. Luigi».
Autore: Vincenzo Capodiferro
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